Intervista a Ivana Borsotto per Openpolis

Il bilancio della cooperazione e gli obiettivi della Campagna070

La legge di bilancio 2024-2026, approvata dal parlamento lo scorso 30 dicembre (l. 213/2023) è la seconda adottata dal governo Meloni. Questo tuttavia è il primo anno in cui il nuovo esecutivo ha avuto responsabilità sull’intero ciclo di bilancio. Si tratta dunque di un momento importante in cui, nella cooperazione allo sviluppo come in tutti gli altri settori, si delineano le scelte politiche dell’esecutivo.

Dall’analisi del disegno di legge presentato dal governo alle camere erano già emersi alcuni aspetti positivi ma anche molte criticità. Le risorse per il 2024 infatti dovrebbero essere in aumento rispetto agli anni precedenti, anche se è probabile che gran parte della crescita sia in realtà dovuta al cosiddetto “aiuto gonfiato“. Inoltre gli importi sono previsti in calo già dal 2025, nonostante l’impegno italiano a destinare lo 0,70% del reddito nazionale lordo (Rnl) in aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) entro il 2030. Un dato dal quale l’Italia è ancora molto distante. Gli ultimi dati ufficiali rilasciati dall’Ocse infatti posizionano il paese allo 0,32% Aps/Rnl (2022).

Il cammino italiano per rispettare gli impegni in materia di cooperazione allo sviluppo è ancora molto lungo. Affinché l’Italia raggiunga o quantomeno si avvicini allo 0,70% Aps/Rnl sarà quindi necessario un forte impegno del nuovo esecutivo.

Proprio su questo, concluso l’iter di approvazione della legge di bilancio, abbiamo chiesto un commento a Ivana Borsotto, presidente Focsiv e portavoce della Campagna 0,70, promossa da AoiCiniLink 2007 e Focsiv con il patrocinio di AsvisForum Terzo SettoreMissio e Caritas.

La nuova legge di bilancio ha definito gli stanziamenti per la cooperazione allo sviluppo nei prossimi anni. Qual è la vostra valutazione rispetto ai temi al centro della Campagna 0,70 sostenuti dal progetto Generazione Cooperazione?

Siamo ancora lontani dagli obiettivi della Campagna 070, lanciata due anni fa. Nell’ultimo biennio abbiamo visto però crescere l’attenzione del parlamento e del governo nei confronti di questo impegno internazionale, contenuto nell’Agenda 2030 dell’Onu e riconfermato sistematicamente in molti summit istituzionali. Iniziano a dare i loro frutti le molteplici iniziative di sensibilizzazione e advocacy realizzate da decine di associazioni e reti di società civile italiane. Mi riferisco ai numerosi convegni nazionali e locali con cittadini e giovani, all’interlocuzione con gli enti locali, agli ordini del giorno approvati da consigli comunali, alle attività informative nelle scuole, ai corsi di formazione per giornalisti, ai flash mob, agli articoli, alle interviste e agli appelli e alle nostre richieste, portate avanti anche grazie al progetto Generazione Cooperazione.

Quali sono state le vostre richieste e come sono state accolte nel corso della discussione parlamentare?

La Campagna 0,70 ha predisposto un emendamento alla legge 125/2014 che regola la cooperazione internazionale allo sviluppo. La proposta rafforzava quanto già si trova all’art. 30 della legge che, infatti, richiama la necessità di un riallineamento con gli obiettivi internazionali.

Importante sottolineare che l’emendamento non era oneroso, rinviando la definizione degli impegni di spesa all’iniziativa del governo, e avrebbe avuto un impatto in termini di maggiori investimenti e costi solamente a partire dal 2025. Purtroppo, l’emendamento non è passato, pur essendo stato oggetto di discussione tra i capi gruppo di maggioranza e opposizione in parlamento e anche in sede governativa.

La commissione affari esteri e difesa nella relazione sul bilancio di previsione dello stato 2024 ha richiesto che si “valuti l’opportunità di programmare, nel rispetto dei vincoli di bilancio, un aumento graduale e di lungo periodo delle risorse complessive destinate alla cooperazione e allo sviluppo al fine di consentire, in un arco temporale definito, il pieno riallineamento dell’Italia agli impegni internazionali assunti in materia”.

Inoltre il parlamento ha approvato la mozione di maggioranza sulla Cop28, che impegna il governo ad “adottare iniziative per il raggiungimento dell’obiettivo di una quota pari allo 0,7% del Pil in aiuti allo sviluppo, destinando il 50% di queste risorse alla lotta per il cambiamento climatico”.

Si tratta di dichiarazioni importanti che ci incoraggiano. Il risultato non è ancora stato raggiunto, è evidente. Ma il nostro impegno continua. Stiamo valutando la possibilità di farci promotori di un’iniziativa di legge popolare. Il lavoro non ci manca. La tenacia nemmeno. I compagni di viaggio stanno aumentando. Di questi tempi, direi che non è male.

Il governo sostiene di voler reindirizzare una parte consistente delle risorse per la cooperazione verso i paesi africani, in particolare grazie al cosiddetto “piano Mattei”. Come interpretate questa iniziativa?

Il piano Mattei potrà essere valutato positivamente quando saranno resi noti contenuti e linee guida principali. Inoltre, per risultare efficace, bisogna valutare il rispetto di alcune condizioni.

Ci sono almeno tre aspetti complessi ma rilevanti: innanzitutto si dovrà distinguere tra cooperazione allo sviluppo (in senso stretto) e promozione di forme di cooperazione sostenibili, dal punto di vista sia economico che ambientale. In secondo luogo le politiche dovranno essere sostenute da un budget adeguato, a partire dall’impegno dello 0,70%, corrispondente a circa 13 miliardi di euro. Infine, il piano potrà essere utile solo se inaugurerà una nuova stagione di politiche di sviluppo dell’Europa verso Mediterraneo e Africa. Considerata la vastità di questi obiettivi è inimmaginabile che l’Italia da sola ce la possa fare.

Ci preoccupa che il piano Mattei possa tradursi in un superamento operativo della legge 125/2014, quella sulla cooperazione allo sviluppo, concentrando a favore delle imprese i finanziamenti impegnati, con la cooperazione ridotta a convenienza economica, a ricerca di affari, a logica estrattiva in cerca di fonti energetiche, e ridimensionando se non marginalizzando il ruolo dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo. Quest’ultimo non può fondarsi solo sul capitale economico ma necessita di capitale umano, di capitale relazionale e di capitale sociale ed istituzionale.

La cooperazione non si riduce a un trasferimento monetario, dall’alto in basso, che può indurre dipendenza, sterile assuefazione per chi dà e per chi riceve. Lo sviluppo è un insieme di investimenti reali nell’istruzione e nella formazione professionale, accessibilità universale alle medicine e ai servizi sanitari, riqualificazione delle periferie urbane, disponibilità di acqua potabile e di elettricità e di servizi di telecomunicazioni e digitali, promozione della imprenditorialità locale in partenariato, cura dell’ambiente e delle risorse naturali, programmi di transizione green, superamento delle monoculture agroindustriali.

Sviluppo che richiede una “cooperazione di precisione” perché l’Africa non è un continente omogeneo ma presenta diversità significative che richiedono letture non stereotipate e politiche multidimensionali.  Bisogna insomma pianificare politiche e progetti su misura, coinvolgendo necessariamente le giovani generazioni e la società civile.

Monitoreremo affinché queste condizioni vengano rispettate. D’altro canto, visto che risultano sostanzialmente definite le modalità di governance del piano Mattei, possiamo attenderci una tempestiva definizione dei primi progetti operativi, le risorse dedicate a ciascuna attività, chi le gestisce, a chi vengono assegnate nei paesi africani e a quali condizioni, oltre che le modalità di monitoraggio, assicurando la trasparenza dei flussi finanziari, e di valutazione con i criteri scientifici. I primi passi diranno molto sul senso del cammino.

Con il passare degli anni il tema dell’aiuto pubblico allo sviluppo appare sempre più legato a quello dell’immigrazione. Quale approccio dovrebbe adottare il governo dal vostro punto di vista?

Tra i suoi obiettivi strategici il piano Mattei indica: “prevenire le cause profonde delle migrazioni irregolari”.

Si ha l’impressione di vivere in un mondo capovolto: ci si domanda se con la cooperazione internazionale o con il piano Mattei “li” aiutiamo a casa “loro”, nel retropensiero di contenere i flussi migratori. Certo lo “sviluppo” potrà attenuare il fattore push, che spinge milioni di persone a lasciare i loro paesi, ma solo nel medio e lungo periodo, come ci dicono le analisi scientifiche.

Ma c’è un primo paradosso: in effetti sono “loro” che aiutano “noi” a casa “nostra”, prendendosi cura dei nostri anziani, costruendo le nostre case, sostenendo le nostre pensioni, lavorando nei nostri ristoranti, raccogliendo la nostra frutta, creando nuove imprese e quant’altro.

E c’è un secondo paradosso: sono loro stessi che aiutano “se stessi” a casa “propria”, con le loro rimesse di emigrati. I flussi di rimesse verso i least developed countries, sono calcolati dall’Onu, nel 2022, a oltre 600 miliardi di dollari. Un valore superiore a quello di tutti gli investimenti esteri diretti verso quei paesi e ben tre volte superiore ai 204 miliardi di aiuti allo sviluppo in essi investiti.

Il 14,4% dell’aiuto pubblico allo sviluppo globale, pari a 29,3 miliardi di dollari, secondo i dati Ocse, è stato utilizzato nei paesi donatori per l’accoglienza dei rifugiati, in particolare dall’Ucraina, e per le donazioni di vaccini Covid. Così, senza risorse aggiuntive, sono diminuiti gli aiuti destinati a migliorare le condizioni di vita nelle aree più povere del pianeta.

In quest’ottica allora è da considerare cooperazione allo sviluppo anche una politica delle migrazioni e della mobilità umana che non si riduca a operazioni di respingimento e di polizia ma che sia anch’essa parte integrante della politica estera, con la politica del lavoro, dei servizi sociali e dell’istruzione. In una strategia di gestione e di integrazione di chi sarà italiano. Certo le migrazioni sono un processo complicato e difficile da governare ma proprio per questo non vanno ridotte ad emergenza o peggio a strumento di consenso elettorale e affrontati con superficialità, con la banalità del male.

Allora noi, in Italia ed Europa, dobbiamo assicurare il diritto di asilo riconosciuto dalle convenzioni internazionali e dalla carta dei diritti fondamentali, rafforzare i corridoi umanitari, governare i flussi dei migranti economici almeno raddoppiando gli ingressi regolari a partire dai paesi di origine usando le delegazioni dell’Unione Europea e i consolati dei paesi membri. Bisogna costruire un sistema di salvataggio in mare e di assistenza nelle rotte terrestri con la partecipazione delle istituzioni europee, nazionali e locali e con le associazioni della società civile e le Ong, contrastare la tratta di esseri umani, prevedere una più equa distribuzione dei richiedenti asilo tra paesi europei, superando il trattato di Dublino. E finalmente garantire una ricollocazione fondata sui ricongiungimenti familiari, organizzando il sistema in modo che nei campi profughi, nei centri di prima accoglienza, e nei centri di permanenza per i rimpatri (la cui attuale gestione è da rivedere), ci sia pieno rispetto della dignità umana.

L’articolo è stato redatto grazie al progetto “Cooperazione: mettiamola in Agenda!”, finanziato dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Le opinioni espresse non sono di responsabilità dell’Agenzia.

Foto: Ivana Borsotto